Articoli · 4 novembre 2026 · 5 min di lettura
Come una guerra è arrivata al tuo distributore: 27 euro a pieno
Il 26 febbraio il gasolio costava 1,72 euro al litro, il 28 ottobre 2,26: su un pieno da cinquanta litri, ventisette euro in più. Questa è la storia di quei ventisette euro, dalla guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran allo Stretto di Hormuz, dalle proroghe delle accise all'IVA che paga lo sconto, fino al raid su Qeshm e al voto americano.
di Piocy Tracoto · guarda il video (7:34)
Apertura
Il ventisei febbraio un litro di gasolio costava uno e settantadue. Il ventotto ottobre, due e ventisei. Su un pieno da cinquanta litri, ventisette euro in più. Questa è la storia di quei ventisette euro.
Partenza: un posto da cui l'Italia il petrolio quasi non lo compra. Destinatario: tu.
La minaccia
Ventotto febbraio. Stati Uniti e Israele attaccano l'Iran. Il presidente americano, Donald Trump, spiega l'obiettivo: eliminare le minacce imminenti del regime iraniano. Agli iraniani dice: l'ora della vostra libertà è vicina.
Nei raid muore la Guida suprema iraniana, Ali Khamenei, con decine di dirigenti. Quindi l'Iran risponde: Israele, basi americane, alleati. E dal primo marzo, le petroliere. Perché a Teheran, per colpire tutto il mondo, basta una porta: lo Stretto di Hormuz.
Prima della guerra ci passavano circa venti milioni di barili al giorno. A metà marzo, dice l'Agenzia internazionale dell'energia, un rivolo. La più grande interruzione nella storia del mercato del petrolio. Il Brent, ventisette febbraio: settantadue dollari.
Un mese dopo: centododici. La minaccia imminente, intanto, ha cambiato indirizzo. Adesso sta al distributore.
L'ultimatum e le accise
Ma il ventidue marzo Trump dà un ultimatum: quarantotto ore per riaprire lo Stretto. Poi lo proroga. Sulle proroghe, però, l'Italia è avanti. Il diciotto marzo il governo taglia le accise: venticinque centesimi, per venti giorni.
Costo previsto: quattrocentodiciassette milioni, tolti ai bilanci dei ministeri. Scade il sette aprile. Prorogato al primo maggio. Al sei giugno.
Al tre luglio. Quarantotto ore, da noi, sono un concetto.
Due lucchetti
Ma l'otto aprile arriva la tregua: due settimane. Il petrolio perde il tredici per cento in un giorno. Quindi si tratta, a Islamabad, il dodici e il tredici aprile. Niente.
Quindi gli Stati Uniti mettono un blocco navale ai porti iraniani. Ricapitoliamo: l'Iran blocca lo Stretto. Gli Stati Uniti bloccano l'Iran. Due lucchetti sulla stessa porta, e nessuno con la chiave.
Il diciassette aprile il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, dichiara lo Stretto aperto. Il petrolio ci crede: meno nove per cento. Sei giorni dopo è a centocinque dollari. Il trenta aprile tocca centoventisei.
Aperto, sì. Al rialzo.
La firma
Ma a giugno arriva la firma. Il presidente iraniano, Masoud Pezeshkian, e Trump firmano un memorandum: quattordici punti, mediazione del Pakistan, sessanta giorni per fare la pace. E nello Stretto, per sessanta giorni, si passa gratis.
Come la prova gratuita di un abbonamento. Il primo luglio il petrolio è a settantuno dollari. Meno di prima della guerra. Quindi al distributore si torna a uno e settantadue?
Il due luglio, gasolio a uno e ottantotto. Con lo sconto sulle accise ancora in vigore. A proposito: lo sconto di giugno chi lo paga? Il decreto prende centoquarantanove milioni dal maggior gettito IVA.
L'IVA in più, entrata perché il petrolio è rincarato. Paghi di più, lo Stato incassa di più, e con quello ti fa lo sconto. Un regalo comprato col tuo bancomat.
Lo yogurt
Ma dieci giorni dopo la firma, il comando americano colpisce la costa iraniana. L'Iran risponde sulle basi americane. Ognuno accusa l'altro di aver violato il memorandum. Il sette luglio Trump lo dichiara finito.
Sessanta giorni di pace, durati venti. Il memorandum, però, scade il diciassette agosto. Morto a luglio, scaduto ad agosto. Come lo yogurt in fondo al frigo.
Ed è l'unica clausola rispettata.
Il quadro geopolitico
Agosto: in un giorno nello Stretto passano dieci navi. Prima della guerra, circa centotrenta. Settembre: petrolio di nuovo sopra i cento dollari. Il gasolio tocca i massimi storici, quasi il doppio del greggio.
Dal Medio Oriente i prodotti raffinati sono meno della metà di prima. E il governo? La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, annuncia il taglio sul gasolio. Diciassette centesimi. Poi dodici.
Poi sei. Poi niente. Il ventotto ottobre torna: quattro centesimi e nove, per undici giorni. Pagati con trentotto milioni di IVA di settembre.
Il bancomat è sempre il tuo. Intanto l'Istat: a ottobre inflazione al cinque virgola quattro per cento, energia più trentuno. Il motivo, scrive, è il quadro geopolitico internazionale. Lo conosci? Non firma, non vota, non paga.
Però ha sempre torto lui.
Il nesso
Adesso la domanda: quanto petrolio compra l'Italia da lì? Febbraio, ultimo mese prima della guerra: quattro milioni e settecentomila tonnellate. Prima fornitrice, la Libia. Il più grosso fra chi passa dallo Stretto è l'Iraq: duecentodiciannovemila tonnellate.
Meno del cinque per cento. Il petrolio passa da un'altra parte. Il prezzo passa da lì.
Il conto che non arriva al distributore
Poi c'è il conto che al distributore non arriva. A giugno il ministero della Salute iraniano contava tremilaquattrocentosessantotto morti. In Libano, oltre tremila. Quello lo paga chi non ha firmato niente.
Prima le bombe, poi le urne
E oggi? L'ora della libertà promessa agli iraniani resta vicina. Quella del tuo pieno è arrivata puntuale. Due novembre, vigilia del voto americano. Chiedono a Trump se colpirà l'Iran dopo le elezioni.
Risponde: no. Lo stesso giorno, scrive il Wall Street Journal, gli Stati Uniti colpiscono l'isola iraniana di Qeshm, nello Stretto. La mattina dopo Trump conferma, in televisione: un attacco minore, non era guerra. Nel nostro ultimo video avevamo scritto: prima le urne, poi le bombe.
Ci scusiamo: le bombe sono arrivate in anticipo. Il tre novembre gli americani votano. I democratici prendono il Senato e, per le proiezioni, anche la Camera. Fra i motivi, scrivono i giornali americani, la guerra con l'Iran.
Intanto il segretario del Consiglio supremo di sicurezza nazionale iraniano, Mohsen Rezaei, giudica la risposta americana poco convincente. Lo Stretto, dice, riapre solo se Washington accetta sette condizioni. Gli americani, su questa guerra, una firma l'hanno messa: sulla scheda. A te, una scheda, nessuno l'ha data.
Suona il postino: raccomandata. Ha firmato Trump. Ha firmato Pezeshkian. Ha firmato il governo, a ogni proroga.
Manca una firma sola. Qui, sulla ricevuta. Contrassegno: ventisette euro.
Le fonti
- Agenzia internazionale dell'energia, rapporto di ottobre 2026
- Istat, prezzi al consumo di ottobre 2026
- Decreto-legge 33/2026 sulle accise
- Prezzi dei carburanti, dati Mimit (ANSA)
- Discorso di Trump del 28/2 (Miller Center)
- Qeshm e Rezaei (Al Jazeera)
- Voto Usa del 3/11 (NPR)
Spunto, non fonte: ZeroHedge
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