Domenica il ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi,
ha detto che spera nella razionalità dell'altra parte.
Razionalità. In una guerra.
È come cercare un vegano alla sagra della porchetta.
Per trovarla, Teheran manda una delegazione in Qatar.
Incontri con gli americani? Nessuno.
Non ne vede la necessità.
Colloqui di pace senza il nemico.
Anch'io così a scacchi vinco sempre.
Le voci su un incontro? Speculazioni dei media.
A fare la spola restano i mediatori,
gli unici che in questa storia lavorano davvero.
Sul tavolo c'è lo Stretto di Hormuz.
Il Qatar dice: riapertura in cinque giorni.
Il ministro rilancia: due.
Che generosità.
Basta togliere le sanzioni,
ridurre le truppe americane,
ridare le deroghe sul petrolio
e sbloccare i fondi congelati.
Due giorni, più qualche decennio.
Intanto Teheran è pronta a tutti gli scenari:
ramoscello d'ulivo in una mano,
e nell'altra una risposta senza limiti geografici, parola del capo di stato maggiore.
E la razionalità di Washington?
Il presidente americano, Donald Trump,
dice che per la pace non ha tutta questa fretta.
Gli chiedono se dopo le elezioni di metà mandato bombarderà di più.
Risposta: possibile.
Prima le urne,
poi le bombe.
Questa sì che è democrazia.
Nello Stretto, nel frattempo, le petroliere bruciano.
E al distributore paghi tu.
Riassunto: nessuno si incontra,
tutti sono pronti a tutto,
e ognuno giura che il pazzo è l'altro.
E il postino riparte.
Nella valigetta, il messaggio di Teheran: speriamo che siano razionali.
La risposta di Washington:
possibile.